Autunno e foglie di pensieri sparsi

Autunno.

Autunno. Mi aspetto un mare stanco, l’attesa interminabile, il lavorìo costante dei pensieri. Non mi aspetto il successo o l’insuccesso né alcuna sorpresa dal destino, un miracolo d’amore o un’abbraccio improvviso. Aspetto solamente che si calmi la tempesta per godermi la veleggiata, che passi il grigiore delle nubi per sospirare sogni arcobaleno.

La lotta continua sfianca, bisogna ricaricarsi.

Autunno.

Passa l’Autunno nell’essere sospesi e il tempo, la mancanza di respiro, la fame, l’insaziabile interesse e la mancanza d’amore e la mancanza. Le foglie già cadute, quelle che cadranno e il canto triste di una malinconica annata. Ubriaca, contando i minuti stanchi senza riuscire a far poi molto se non correre nella mente agitandosi nel vuoto.  Bramare l’ordine, sentirsi persi con gli scatoloni aperti nel cuore in attesa di essere ben riposti. E le risposte arriveranno? E le domande giuste si faranno? Resistere al vento, alla sospensione del giudizio, alla sospensione. Rivangando nel passato, rivivendo sbiadite scene, nei sentimenti morti come l’autunno magnificati da colori caldi e calde promesse di conforto. Essere forti, combattenti esplosi, reticenti ma resilienti col desiderio di gioire del processo fino al finale. Come in una storia dove a contare è il percorso e non  il discorso dalle parole vuote che sanno di ipocrisia. Come quando ci facciamo promesse storte cercando di raddrizzare i torti della vita che contorta ci si appiccica addosso e non riusciamo a liberacene. Perché la patina è spessa e raschiare il dolore fa male due volte. Ma ci si scuote e comunque si torna alla terra sbriciolandosi e si rinasce a malavoglia ma rinasci. Diventi pianta e la pianti di piagnucolare perché non sei finito, ma ritorni a te stesso in un cerchio senza fine. Sei sempre più vicino all’irraggiungibile e per questo comprendi che l’imperfetto è non solo tutto quello che hai ma anche tutto quello che sei.